Colori per Lisa
- 31 lug
- Tempo di lettura: 6 min
di Cinzia Milite

«Non credo di conoscere nessun’altra città in cui il senso della vita è così forte. Forse perché è altrettanto forte il senso della morte». La frase del regista tedesco Wim Wenders, riferita a Palermo, balenò tra i mille pensieri di Virginia mentre entrava nel cimitero di Santa Maria dei Rotoli. Di recente aveva visto il suo film Palermo Shooting, nel quale il regista restituiva, attraverso la narrazione, un’immagine quasi trascendentale della città. Difficile interpretare correttamente il senso di quella frase, ne era persuasa; tuttavia, per una serie di ragioni personali, Virginia si trovava d’accordo con lui.
In quello che è il più grande cimitero della città erano seppelliti tutti i suoi cari: nonni, genitori, zii, cugini, nipoti, perfino il marito e la figlia, morta a soli quindici anni a causa di una leucemia fulminante. Virginia, benché da qualche anno fosse sola, in quella città non si sentiva affatto sola, forse perché sposava la visione di Wenders: Palermo come grande metafora del vero senso della vita, una metafora che rende la vita degna di essere vissuta.
Davanti alla tomba di Tiziana, seppellita accanto al padre, Virginia trascorreva una mezz’ora ogni mattina. Dialogava amabilmente con il marito e con la ragazzina, come se davvero potessero parlarle.

«Sono afflitta per questa situazione… mi chiedi perché, figlia mia? Perché la pandemia ha peggiorato tutto, ecco perché. Dici che a me piace stare nelle situazioni difficili… beh sì, lo ammetto, è così, perché credo fermamente che lì sia dove c’è da fare. Però che fatica ora… la pandemia non ci voleva proprio. Ho sempre insegnato in scuole di frontiera, così le chiamo… i miei studenti rischiano di perdersi senza la scuola.
Lo so, Tiziana, non è la prima volta che ti parlo dei miei ragazzi, ma sono molto in pena per loro in questo periodo. Supererò anche questa, mi dici, marito mio? Lo spero tanto, ma non per me, che credi… per i miei studenti. Per molti di loro non c’è nessuno dietro, capite cosa intendo? C’è solo la scuola che si occupa della loro crescita educativa e dell’inserimento corretto in questo contesto sociale.
Gli ultimi due anni in DAD sono stati deleteri: ci sono stati parecchi abbandoni e mi dispiace da morire… mi sono sentita impotente.

Parli bene, Tiziana, facevano molta fatica, è proprio così. Ne hanno fatta tanta e qualcuno si è arreso e se n’è andato. Eh… figlia mia… questi ragazzi finiranno per non studiare e neanche lavorare. Pensa, è stato coniato persino un nuovo acronimo per definirli: i NEET. Ma tu non puoi saperlo, cara, te ne sei andata via prima… e se non studiano e se non lavorano, che futuro potranno mai avere?
Il fatto è che devono sentire che qualcuno investe su di loro, sulla loro crescita, sulla loro formazione, sulla loro persona. E nella didattica a distanza, spesso, per questi ragazzi l’impresa è difficile.
Cosa dici? Il progetto di discipline pittoriche? L’anno scorso abbiamo fatto appena in tempo a conoscere gli operatori, poi siamo andati in lockdown e non abbiamo più fatto niente. Quest’anno invece gli incontri sono stati numerosi, ma ci sono stati parecchi abbandoni. Sono stati due anni difficili che hanno segnato i miei studenti… e questa cosa mi fa soffrire.
A qualcuno di loro ho cercato di far cambiare idea: “sei arrivato fino qua, vai avanti”. No, no prof, non ce la faccio più, mi cerco un lavoro, mi sono sentita rispondere. Che cosa farai? Gli ho chiesto. Boh, non lo so… forse mio zio… Insomma, da ciascuno di loro ho ricevuto solo risposte vaghe.
Non c’è niente da fare… i rapporti a distanza sono difficili. Io ci provo sempre a mandare un messaggio a qualche mio studente: vogliamo parlare? Ci vediamo un attimo? No, preferisco di no prof. Punto. Certo, se li prendessi nel corridoio della scuola sarebbe un’altra cosa… potrei guardarli negli occhi. Sì, faccia a faccia sarebbe diverso.
Per questo motivo ho deciso di fare un ultimo tentativo con una mia studentessa: Lisa, ricordate? Ve ne ho parlato molte volte. È quella ragazza che sogna, meglio dire, che sognava, di diventare una pittrice. Non ha mai superato la soglia della sufficienza in italiano, matematica e altre materie, ma con le matite e i colori è un vero talento.

Se finisse gli studi, poi potrebbe frequentare l’Accademia e chissà, un domani diventare indipendente e allontanarsi dalla sua brutta situazione familiare.
È così promettente, accidenti… non posso lasciarla andare senza tentare ancora una volta di persuaderla a non abbandonare gli studi, capite? “Un bambino, un maestro, un libro e una penna possono cambiare il mondo”, lo ha detto Malala Yousafzai. Perciò le ho raccontato una piccola bugia a fin di bene: le ho detto che volevo vederla promettendole di non parlare della scuola, ma semplicemente per salutarla e farle un piccolo regalo in ricordo del tempo trascorso insieme. Ha accettato, abbiamo appuntamento qui.
Ah! Eccola… la vedo. L’ha accompagnata un ragazzo con lo scooter, sta scendendo, viene verso di me.»
«Giorno, prof…»
«Ciao Lisa, grazie di essere venuta di domenica.»
«Nun fa nenti… solo, prof… non pozzu rimanere assai… mi aspettano.»
«Vedo, vedo… è un ragazzo del quartiere? Non mi pare di averlo mai visto.»
«Sì, ma si è trasferito da poco. Prof… perché ha voluto vedermi proprio qui, al cimitero?»
«Oh, sì… scusa, veniamo al dunque. Ho voluto incontrarti qui per presentarti mia figlia.»
«Sua figghia? Tiziana, dice? Non capisco…»
«Eccola qui, la mia Tiziana.»
«Ma… ma prof!»
«Lo so, ora mi prenderai per pazza.»
«Bedda matri, prof… da quando la conosco mi parla di sua figghia come se fosse viva… m’avi riempito la testa di discorsi sui suoi sogni, sulle sue capacità artistiche… diceva pure che disegno comu idda… e invece… idda è morta da sette anni, almeno è quello che c’è scritto sulla lapide. Prof, come faccio a non prenderla pi pazza?»
Colori per Lisa: la promessa dei colori
«Hai ragione, Lisa. So che non potrai capirmi, ma parlare di Tiziana mi dà gioia: è il mio modo di arginare il dolore della perdita. E ti dirò di più: tutte le mattine, prima di iniziare le lezioni, passo a trovarla qui e le racconto di me e dei miei studenti. Mi chiede di te qualche volta, sai. Ahahah! Non fare quella faccia, Lisa, ti spiego. Guarda che lo so che sono domande immaginarie: in pratica sono io stessa a farmele. Confidarmi con mia figlia, anche se è morta, mi fa riflettere e mi serve per fare il punto della situazione. In fondo lei porterà sempre in sé una parte di me, non credi?»
«Okay, prof, ma… ecco… allora non capisciu: picchì ha voluto svelarmi questa cosa proprio ùora?»
«Perché, visto che hai intenzione di lasciare gli studi, non avremo più molte occasioni di vederci e volevo che tu sapessi la verità. Non ti ho mentito su di lei, sui suoi sogni per il futuro e sulle sue capacità così simili alle tue. Purtroppo però… i sogni di Tiziana si sono infranti nel peggiore dei modi e non c’è rimedio. Per te, invece…»
«No, prof, avìa promesso!»
«Sì, avevo promesso. Ma qualche volta si può essere bugiardi per una buona causa, e tu sei un’ottima causa.»
«Ne abbiamo già parlato, ormai ho deciso, prof.»
«Ti chiedo solo di rifletterci ancora per una settimana. Nel frattempo, prendi questi.»
«Cosa sono?»
«Regali. In quel pacchetto ci sono alcuni dipinti di mia figlia e in quell’altro c’è un set di pennelli e colori mai usato che avevo regalato a Tiziana prima che morisse.»
«Oh no, prof, non pozzu accettare.»
«Sì, certo che puoi. Anzi, apri la scatola dei colori.»

«Ma… ma… che meravigghia!»
«Sì, e sono anche molto costosi. Se vai a comprarli spendi oltre trecento euro: vedi di usarli bene.»
«Prof…»
«Che c’è, Lisa?»
«Prof, i pennelli e i colori sono beddissimi, io la ringrazio, ma non penso che cambierò idea.»
«Prenditi ancora una settimana per decidere, va bene? Intanto prova a dipingere qualcosa con i colori nuovi, okay?»
«Okay…»
«Anzi, guarda, mi è venuta un’idea: perché non dipingi un quadro per me, come ringraziamento per il mio regalo? Così non ti sentirai in debito. Che ne dici?»
«Ci pozzu provari.»
«Sono sicura che sarà bellissimo.»
«Grazie per la fiducia, prof… ùora però devo proprio andare.»
«Sì, certo. Non ti trattengo più… solo un’ultima cosa: se deciderai di proseguire gli studi, ho in serbo per te un altro regalo. Il cavalletto da pittori di Tiziana.»
«Prof, non ho mai conosciuto una persona come lei… ehm… così…»
«Tistarda? Quando ne vale la pena u sunnu, sì. Ciao Lisa, buona domenica e a presto.»
«Se n’è andata… che te ne pare, Tiziana? Come me la sono cavata? Dici che cambierà idea? Io le ho visto un luccichio negli occhi che mi fa sperare bene, anche tu? Sì? Meno male. Comunque vada, valeva la pena tentare.»



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