Tra normalcy bias e cultura dello smartphone
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perché alcuni adolescenti, di fronte al pericolo, restano a filmare invece di fuggire?
di Cinzia Milite

Sono stata direttrice di una scuola dell’infanzia per diversi anni.
Ho trascorso le mie giornate a osservare bambini piccoli imparare a riconoscere il pericolo, a fidarsi di una voce adulta, a seguire un gesto che indicava la strada giusta: “Da questa parte”, “Fermati”, “Vieni qui”.
Sono anche madre di un ragazzo di ventisei anni. Un’età in cui non si è più bambini, ma in cui, talvolta, la vita chiede decisioni rapide, istintive, mentre il mondo intorno osserva, filma, commenta.
Forse è per questo doppio sguardo, quello dell’educatrice e quello della madre, che davanti alle immagini dell’incendio avvenuto a Crans-Montana, durante i festeggiamenti di fine anno, mi sono posta una domanda che va oltre la cronaca: perché alcuni adolescenti, di fronte al pericolo, restano a filmare invece di mettersi in salvo?
Non è una domanda per puntare il dito.
È una domanda educativa. E, prima ancora, profondamente umana.
La tentazione di dare la responsabilità agli smartphone è forte. Ma sarebbe una scorciatoia.
Esistono meccanismi psicologici studiati da decenni che entrano in gioco nelle situazioni di emergenza.
Il normalcy bias, come lo chiamano gli psicologi, è quella voce interna che sussurra “non può essere davvero grave”, è uno di questi. È la stessa voce che sentiamo nei bambini quando minimizzano una caduta pur di continuare a giocare. Solo che, crescendo, quella voce non sempre ci protegge.

C’è poi l’effetto spettatore: in un gruppo numeroso ognuno aspetta che sia qualcun altro ad agire. Nei cortili delle scuole lo vediamo spesso: un bambino cade, gli altri guardano. Non per indifferenza, ma perché stanno cercando un segnale: chi guida adesso?
E infine la curiosità, l’attrazione verso ciò che è insolito, eccezionale, pericoloso. Non è un difetto: è il motore dell’apprendimento. Ma senza guida può diventare immobilizzante. Ciò che cambia, oggi, è il contesto.
Lo smartphone introduce una pressione alla documentazione: se non lo riprendo, sembra quasi che non esista. La scena diventa performativa, il testimone si trasforma in reporter.
Ci sono le ricompense immediate: like, visualizzazioni, messaggi. Piccole gratificazioni che competono con i segnali di pericolo e confondono le priorità.
Per molti ragazzi, poi, filmare è una forma di coping emotivo, cioè un modo per calmarsi e tenere a bada l’ansia. Tenere il telefono in mano calma, dà un’illusione di controllo. Come un oggetto transizionale nell’infanzia, una coperta emotiva. Ma in emergenza quella coperta può rallentare il passo, proprio quando servirebbe correre.
A tutto questo si aggiunge quello che gli studiosi chiamano social proof, ovvero la tendenza a prendere il comportamento degli altri come misura della gravità della situazione: se gli altri restano, se filmano, se non scappano, il cervello conclude che forse non è così urgente. E intanto lo smartphone cattura l’attenzione, sottraendo risorse cognitive preziose alla ricerca di un’uscita.
Ma non è nuovo minimizzare il rischio, non è nuovo aspettare conferme, non è nuova l’attrazione per l’eccezionale.
La letteratura sui disastri ci dice anche un’altra cosa importante: il cosiddetto panico cieco è raro. Nella maggior parte dei casi le persone esitano, si aiutano, cercano indicazioni. Il problema, spesso, non è l’eccesso di reazione, ma la lentezza nell’attivarsi.

E negli anni ’80? L’età della mia adolescenza, cosa sarebbe accaduto?
Negli anni ’80 probabilmente non avremmo visto telefoni alzati, semplicemente perché non c’erano. Ma non meno esitazione.
Curiosità e tendenza a normalizzare il pericolo agivano allo stesso modo.
C’era però meno platea invisibile. Meno pressione performativa. La pressione dei pari presenti restava forte, certo, ma non era amplificata da uno sguardo globale e continuo.
Va detto anche che, in molti contesti, le procedure di sicurezza e la segnaletica erano meno standardizzate di oggi. Anche questo incide sui tempi di evacuazione, tanto quanto i comportamenti individuali.
Gli adolescenti sono più esposti al pericolo perché il cervello è più sensibile alle ricompense sociali e al brivido, mentre il controllo inibitorio è ancora in maturazione. L’influenza dei pari è potentissima: se il gruppo filma, il singolo tende a imitare.
C’è poi un ottimismo irrealistico, “a me non succede”, e una esperienza limitata con le emergenze reali. Molti ragazzi non hanno familiarità con i segnali non verbali del pericolo: l’odore del fumo, il calore, le luci d’emergenza.
A volte dimentichiamo che l’adolescente porta con sé il bambino che è stato: quello che cercava una voce guida, quello che funzionava meglio quando qualcuno diceva “ora”.
Da scrittrice, con alle spalle molti anni di esperienza educativa, credo nelle cose semplici, ripetute, concrete.
Serve un’educazione alla sicurezza breve e praticabile: esercitazioni periodiche, a scuola e nei locali; sapere dove sono le uscite; ricordare che nel fumo si sta bassi e non si torna indietro.
All’arrivo in un locale, individuare almeno due uscite e un punto di raccolta. Due minuti che possono fare la differenza.
È fondamentale anche una comunicazione chiara nei locali: segnaletica luminosa, mappe semplici, staff riconoscibile e formato a dare istruzioni brevi e ripetute. Gli allarmi vocali, che spiegano cosa fare, aiutano più delle sole sirene.
E poi una cultura digitale responsabile: distinguere tra documentazione utile e comportamento pericoloso. Si filma solo quando si è già al sicuro, e solo se può servire. Il messaggio dovrebbe essere chiaro e condiviso:
“Prima esci, poi condividi.”

Un’abilità fondamentale è imparare a disallinearsi dal gruppo. Se vedi fumo o senti un allarme, dirlo ad alta voce, guidare: “Andiamo subito verso quell’uscita.”
Istruzioni semplici, quasi infantili, ma efficaci: “Lascia tutto.”, “Seguimi.”, “Uscita lì.”
Sono frasi che andrebbero allenate, come le poesie o le filastrocche.
Insegniamo ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze a fare una mini-checklist in locali affollati.
All’arrivo: individua due uscite. Se vedi fumo o senti l’allarme: muoviti subito. Niente foto, niente video. Stai basso se c’è fumo; copri naso e bocca. Segui le luci d’emergenza o le pareti fino all’uscita. Aiuta solo se è sicuro farlo; chiama i soccorsi una volta fuori, non rientrare per nessun motivo.
Negli anni ho imparato che tecnologia e psicologia non sono mondi separati: si intrecciano, si influenzano, si amplificano. I social non creano comportamenti dal nulla, ma rendono più visibili e più potenti dinamiche umane antiche: l’esitazione, l’imitazione, il bisogno di appartenenza.
Per questo non credo serva demonizzare gli smartphone, né colpevolizzare i ragazzi. Serve piuttosto costruire consapevolezza. Dare strumenti interiori prima ancora che regole. Rendere automatiche alcune scelte, quando il tempo per pensare non c’è.
Come madre, ho sempre lasciato libertà a mio figlio. Libertà di uscire, di frequentare amici e locali, di fare le proprie esperienze. Ma insieme a quella libertà ho sempre messo una responsabilità chiara: la tua vita viene prima di qualsiasi divertimento.

Prima di un brindisi, prima di una serata, prima di un gruppo.
Non bere se devi guidare, allontanati se una situazione ti mette a disagio, defilati, se necessario. E se percepisci un pericolo vero, scappa. Senza vergogna, senza spiegazioni, senza dover dimostrare niente a nessuno.
Questo, più di ogni divieto, è un atto educativo: insegnare che scegliere sé stessi non è vigliaccheria, ma lucidità. Che sapersi sottrarre al gruppo, quando serve, è una forma di forza.
Da scrittrice e da donna che ha attraversato il mondo dell’infanzia e quello della genitorialità, sento che il nostro compito oggi è questo: preparare sguardi attenti, non solo corpi presenti.
Allenare ragazzi e ragazze a riconoscere il momento in cui la vita chiede di essere messa al primo posto.
Perché un video si può perdere.
Una storia si può raccontare dopo.
Ma la vita, quella no: va scelta subito.
La libertà non è restare. La libertà è sapersi defilare, e, se serve, andare via per restare vivi.







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